Il baule del nonno

Si chiama “Il baule del nonno”. E’ un vecchio chiosco di libri usati di Bologna. E’ anacronistico solo a vederlo, con i suoi volumi dalle copertine piene di orecchie e le pagine ingiallite, posizionato lì, sotto un brutto palazzo degli anni ’30, davanti a un negozio moderno. La gente passa, guarda incuriosita la merce di questa specie di bouquiniste fuori luogo e poi va oltre indaffarata. Ogni tanto qualcuno compra qualche libro strano e magari introvabile o propone al proprietario, un anziano magro e con la barba bianca, l’acquisto di chissà quale tomo ritrovato in cantina. Lui sta seduto su una specie di trespolo, all’aperto, estate e inverno, immancabilmente con la sigaretta in bocca e un libro in mano. Chissà se ha letto tutti i libri che ha in esposizione.

Sofia, aveva vent’anni ed era arrivata a Bologna da qualche mese, da quando si era iscritta all’Università. Non passava quasi mai da quelle parti, dalla parte opposta del centro rispetto alle facoltà. Quel giorno ci era capitata per caso, era andata a pranzo con un paio di amiche e aveva un po’ di tempo libero. Si fermò e prese in mano qualche libro. Molti volumi parlavano di cose accadute nell’800 e nel ‘900 da quelle parti e spesso erano storie brutte di un epoca che non c’era più. Non voleva comprare nulla, ma il suo occhio cadde su di un libro dalla copertina insignificante, che parlava di uno dei tanti misteri di quella città. Sofia lo aprì, lo sfogliò. Il proprietario del chiosco la guardò disinteressato con la coda dell’occhio. Non gli piaceva chi stava troppo tempo a sfogliare i libri e poi non li comprava. Ma Sofia non riusciva a staccare gli occhi da quello che stava leggendo. Si riprese solo quando un signore la colpì per sbaglio alle spalle passando nella calca. Si girò verso il proprietario del chiosco.

“Lo compro” e si avvicinò a lui con 10 euro in mano.
“Ne sei sicura?” le chiese guardandola negli occhi.
Sofia rimase di sasso. “Si, ne sono sicura”
“Fai attenzione, ragazza. Ti aspetto qua, tanto ritornerai” gli disse lui prendendo i soldi.

Lei se ne andò, camminò per un po’ e poi si fermò in piazza San Francesco. Sedette su una panchina e ricominciò a leggere. Non riusciva a smettere, la storia la catturava, finché non si rese conto che il sole stava tramontando, le ombre lunghe della sera avevano invaso la piazza, che era stranamente quasi vuota. Doveva rincasare. La strada da fare era abbastanza, ma decise di andare a piedi. Era maggio, ma c’era stranamente poca gente in giro per Bologna.
Prese via Ugo Bassi, passò davanti a piazza Maggiore e poi giù per via Rizzoli. Sotto le Due Torri non c’era quasi nessuno. Strano. Via San Vitale era buia, ormai la sera era scesa, Sofia non sapeva nemmeno più che ore fossero, guardò l’orologio ed era fermo alle 16:35. Prese in mano il telefono e anche quello faceva le 16:35. Ma a maggio alle 16:35 il sole era alto e ora era buio. Istintivamente guardò Whatsapp e l’ultimo messaggio era suo, inviato ad una sua coinquilina. Lei sapeva benissimo quando l’aveva mandato. Quando si era fermata in piazza San Francesco e aveva iniziato a leggere. L’orario del messaggio era 16:35. Sofia affrettò il passo sotto i portici bui e vuoti di via San Vitale. Non vedeva l’ora di arrivare in fondo, sui viali di circonvallazione per poi attraversarli, prendere via Massarenti e infine a sinistra per via Zaccherini Alvisi, dove abitava.
I negozi sotto i portici erano aperti, ma erano vuoti. Non c’era nessuno. Quando se ne accorse si fermò all’improvviso e si girò indietro. Il portico di via San Vitale era deserto. La strada era vuota. Non c’erano auto, moto, biciclette, autobus. Solo lei. Il terrore la assalì. Prese il telefono dalla tasca, avrebbe voluto chiamare qualcuno, l’ultima telefonata ricevuta era di suo padre che come tutte le mattine l’aveva chiamata e le aveva augurato il buongiorno. Lo chiamò. Tre lunghi suoni dall’altoparlante. “Nessun servizio” recitava il display del suo iPhone. Sofia cominciò a correre, avrebbe voluto essere a casa, chiudersi dentro, andare in camera sua sotto le coperte, anzi nel letto con Carlotta, la ragazza con cui condivideva la camera, che era molto più grande di lei, di fisico e di età, perché vicino a lei si sarebbe sentita sicura.
Si fermò all’altezza del torresotto [1] all’incrocio di piazza Aldrovandi e si mise addossata al muro. Prese fiato, poi lentamente sbirciò in via Petroni e dall’altra parte, verso la piazza: tutto deserto. Ricominciò a correre fino a porta San Vitale. L’edicola era aperta, ma era vuota e ora sui viali si era alzato un forte vento che stava facendo volare via i giornali. Ne prese uno, voleva capire. La Repubblica. Ma il giornale non aveva la data e al posto degli articoli c’erano dei pezzi del Lorem Ipsum [2]. “Cos’è?” si chiese Sofia. Poi le venne in mente che ne aveva sentito parlare: era una specie di testo spazzatura utilizzato per riempire le bozze.
Il viale davanti a lei era vuoto, mulinelli di vento alzavano cartacce e polvere. Quel viale non è mai privo di traffico nemmeno a mezzogiorno del giorno di Ferragosto. Sofia lo attraversò e prese via Massarenti, passando davanti al Policlinico Sant’Orsola. Le finestre erano aperte e sbattevano. Anche i viali interni dell’ospedale erano deserti. Finalmente poté girare a sinistra per via Zaccherini Alvisi, anch’essa completamente vuota.
Sofia pensò che le ultime persone le aveva viste in piazza Maggiore, poi più nessuno. Il vento era sempre più forte, ora faceva fatica a rimanere in piedi. Doveva percorrere tutta la strada prima di casa. All’improvviso si spensero i lampioni, i semafori, tutto. Guardò l’orologio: 16:35. Corri, Sofia, corri. Finalmente arrivò a casa. Salì le scale di corsa, aprì la porta, entrò in casa e… non c’era nessuno nemmeno lì. Fece luce con la torcia del telefono, girò tutta la casa, vuota. Niente luce. Andò in cucina. Aprì il rubinetto. Niente acqua. Accese il fornello. Niente gas. Andò in camera, si sdraiò sul letto e pianse. Poi ripensò al libro. Lo prese fuori dalla borsa. Adesso era tutto completamente bianco. Non c’era scritto più nulla. Riprese lo zaino, cercò in giro per casa. Lorella, un’altra sua coinquilina aveva un motorino. Cercò le chiavi, rovistò in giro finché non le trovò. Corse di nuovo giù per le scale, trovò lo scooter, lo accese e partì. Via a rotta di collo lungo i viali, sempre vuoti e sempre spazzati dal vento, ormai fortissimo, tanto che Sofia faceva fatica a restare dritta. Davanti alla stazione c’erano autobus, taxi macchine ferme e nemmeno un’anima viva. Entrò nell’atrio, i treni erano fermi sui binari, ma non c’erano persone. Uscì e ripartì ritornando al baule del nonno che da lì distava meno di un km. Il portico era deserto tranne lui, il vecchio proprietario. Era seduto sul solito trespolo, la sigaretta in bocca e un libro in mano. Sofia lasciò lo scooter e andò da lui, che lentamente alzò la testa e la scrutò con i suoi occhi, mentre il vento ormai era un uragano.

“Sei già tornata?” le disse, mentre il vento fischiava passando sotto il portico.
Lei prese il libro e glielo sbatté addosso piangendo. “Cos’era questo?” le gridò e avrebbe voluto prenderlo a pugni mentre lui se ne stava lì tranquillo a fumare.
“E’ il libro delle tue paure. Hai paura di restare sola, vero Sofia?”
“Come sai il mio nome?”
“Io so tante cose”
Sofia piangeva come una bambina. “Si, ho il terrore di rimanere da sola. Ma perché adesso è bianco?” gli disse tra le lacrime.
“Perché ha già svolto il suo compito. Non serve più. Vieni, bimba, dammi il libro” Lei si avvicinò e glielo passò.
“Vedi, esistono dei libri che sono magici, come questo. Sono qua per un motivo, devono fare un lavoro per noi e poi se ne vanno. Ora grazie a lui potrai affrontare le tue paure. Forse non sai ancora come, ma lo imparerai”

Prese l’accendino dalla tasca e incendiò il libro. Poi lo buttò a terra e fece cenno a Sofia di avvicinarsi. La prese tra le sue braccia e lei lo lasciò fare. Il libro bruciava sempre di più. Mano a mano che le fiamme si alzavano il vento si calmava il buio calava un po’ alla volta e si cominciavano a vedere le prime persone in giro. Lei lo abbracciò e lui ricambiò. Dopo dieci minuti il libro era quasi completamente bruciato, il sole risplendeva, faceva di nuovo caldo e la gente passeggiava normalmente per Bologna come in un qualunque pomeriggio di maggio. Lui la staccò da sé. “Vedi, è tutto finito” le disse e indicò il libro ormai ridotto ad un mucchietto di cenere. Prese scopa e paletta, raccolse la cenere e la buttò in un cestino. Diede un bacio in fronte a Sofia e le disse: “Adesso vai, che la strada per casa è lunga” Lei si girò e lo scooter di Lorella non c’era più. Ricambiò il bacio sulla fronte rugosa del vecchio e si incamminò verso casa nel sole di maggio.

Note:

[1]: con il termine torresotto, o serraglio, si indicano le diciotto porte turrite poste sulla seconda cerchia muraria di Bologna, conosciuta come “Cerchia del Mille” o “Cerchia dei torresotti”, costruita intorno al 1000 o, secondo alcuni storici, tra il 1176 e il 1192. Ne restano solo quattro, una delle quali è proprio in via San Vitale.

[2]: Il lorem ipsum è un testo segnaposto utilizzato da grafici, designer, programmatori e tipografi a modo riempitivo per bozzetti e prove grafiche. E’ un testo privo di senso, composto da parole (o parti di parole) in lingua latina, riprese pseudocasualmente da uno scritto di Cicerone del 45 a.C, a volte alterate con l’inserzione di passaggi ironici. La caratteristica principale è data dal fatto che offre una distribuzione delle lettere uniforme, apparendo come un normale blocco di testo leggibile.

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