Fantasma nella nebbia

Lo sapevo.
Avrei dovuto dare retta al meccanico quando mi diceva che la mia auto aveva bisogno di cure perché era vecchia e messa male.
Ma io niente, testarda, come sempre… Era sempre andata bene e invece all’improvviso mi aveva piantata a piedi nel bel mezzo della via Emilia.
Scesi dall’auto, nella luce di quel lunedì pomeriggio di fine settembre, con il sole che stava iniziando a tramontare.
Indossai l’apposito gilet ad alta visibilità mentre cercavo di pensare a cosa fare.
Finalmente, dopo qualche minuto, un furgone mi vide e accostò.
Lui avrà avuto 35 anni, capelli scuri, barba.
Scese con aria gentile e mi disse: ” Che ti è successo?”
“Questa maledetta macchina mi ha piantata in asso. D’altronde è vecchia e avrei dovuto aspettarmelo”.
“Sei in un bruttissimo posto! Facciamo così, adesso ti aggancio e ti traino, avanti un chilometro c’è un posto dove la puoi lasciare, poi ti porto dove vuoi.”
Non ci potevo credere. Una persona gentile che mi dava una mano in quella situazione di difficoltà.
Abbassai inavvertitamente le mie difese.
Lui agganciò la mia auto al suo furgone e mi disse: “Mi raccomando fai attenzione a tenere la fune tesa”.
Ci avviammo.
Il viaggio fu molto breve, effettivamente la piazzola distava davvero poco.
Stavo recuperando le mie cose dall’auto quando sentii distintamente le sue mani su di me.
Lo stronzo mi aveva messo le mani addosso, il mio timore più forte si stava avverando.
Cercai di divincolarmi ma lui mi girò e mi immobilizzò, spingendomi contro l’auto.
Sentivo il suo alito a pochi centimetri dal mio viso, cercava di avvicinare le sue labbra alle mie.
Non sono una donna muscolosa, ho una corporatura normale, anzi un po’ minuta, ma quali sono i punti deboli di un uomo lo so anch’io, così gli sferrai un deciso calcio alle parti basse, costringendolo ad allontanarsi ed a lasciarmi lo spazio necessario a fuggire. “Corri, Monica, o stavolta sono cazzi per davvero” pensavo tra me e me mentre scappavo, ringraziando il cielo di aver messo un paio di scarpe da ginnastica e non i tacchi.
Nella mia fuga scorsi alla mia destra un vialetto si spingeva fino ad una casa le cui luci si vedevano distintamente.
Per un po’ lo avevo sentito che correva dietro di me, poi più nulla. D’istinto mi infilai nel vialetto e arrivai d’un fiato alla porta.
Ansimavo dalla fatica.
Suonai il campanello, mentre da dentro si sentiva abbaiare un cane.
Venne ad aprire un uomo sui sessant’anni, con pochi capelli bianchi e due baffoni, anch’essi bianchi.
“Salve, mi deve aiutare, sono rimasta a piedi con la macchina e c’è uno che mi vuole violentare” dissi quasi gridando.
“Stai calma, vieni dentro” disse l’uomo che presumevo fosse il padrone di casa chiudendo la porta.
Entrai in in cucina, dove una donna più o meno coetanea del tizio che mi aveva aperto stava armeggiando ai fornelli, mentre una ragazza più giovane di me era sul divano a leggere un libro.
Non mi piacevano per nulla quei tre, a cominciare dalla più giovane, che si era alzata e mi era venuta incontro dicendomi “Benvenuta” con uno sguardo che mi aveva fatto gelare il sangue.
Chi erano quelle persone?
Dovevo correre il rischio, la situazione fuori non è che fosse molto meglio…
“Stai tranquilla quello qua non verrà”, disse l’uomo.
“Hai fame?” Aggiunse quella che doveva essere sua moglie data l’età.
“No, grazie, sto bene così” e presi istantaneamente il telefono dalla borsa per chiamare qualcuno, non importava chi, che mi portasse via da lì, da quella situazione, con uno fuori che voleva abusare di me e quei tre lì dentro che non mi piacevano per nulla.
Nessun servizio, “Maledizione”.
Nel frattempo la ragazza si era avvicinata e mi chiese: “Ti serve un bagno?”
“No grazie. Vorrei solo poter telefonare, ma il mio telefono non prende”
Istintivamente mi avvicinai alla finestra, sperando di prendere un minimo di segnale.
La notte tersa sie era trasformata, una fitta nebbia era salita dal terreno e avvolgeva tutto come una coltre lattiginosa.
Il telefono continuava a non prendere ed io sentivo la disperazione montare in me.
Lei era ancora vicina, mi prese una mano.
Ero talmente affranta che la lasciai fare.
“Vieni…” mi disse e mi portò in un corridoio alla fine del quale c’era evidentemente un bagno.
“Ti ho detto che non mi serve il bagno!” risposi stizzita ma lei mi spinse dentro e chiuse la porta.
Mi guardò negli occhi: avrà avuto venticinque anni, gli occhi scuri e dei lunghi capelli castani.
“Devi scappare!” mi disse, quasi implorandomi.
“Eh, non sai quanto lo vorrei, ma il tizio là fuori…”
“Se resti qua ancora un po’ rimpiangerai di non essere stata stuprata dal tuo amico là fuori!”
“Che cazzo stai dicendo, sei pazza…”, la apostrofai.
“No, non sono pazza. C’è qualcosa sotto questa casa…”
“Qualcosa cosa?”, risposi.
“Non lo so esattamente. Un essere, un fantasma, un mostro, non lo so. Ma quattro volte all’anno vuole una donna da portarsi via. Il primo lunedì dopo i solstizi e gli equinozi. E quei due sono una specie di guardiani che stanno lì per assecondare i voleri di quel coso.”
Guardai il telefono.
Lunedì 24 settembre, il primo lunedì dopo l’equinozio d’autunno.
“E tu?”, le chiesi.
“Io ero la vittima del solstizio d’inverno 2012. Ma a causa della particolarità di quel momento non mi volle. Da allora sono qua. Sei lunghi anni in questa casa, prigioniera di due pazzi e di un mostro invisibile”, sospirò
“Ma non puoi fuggire?”
“Secondo te non ci ho mai provato? E’impossibile. Decine di volte sono arrivata al limite della proprietà, ma lui torna sempre a prendermi. E credo che anche i due vecchi siano nella mia stessa situazione”
“Ma è impossibile non uscire mai di casa. Comprare da mangiare, i vestiti…”
“Una volta al mese, l’ultimo sabato, il vecchio (e solo lui) può uscire per non più di 4 ore per comprare le cose. Credo che se non rientrasse ci ucciderebbe. E di me forse non gliene frega molto, ma di sua moglie è ancora innamorato”
“Ma mi hai appena detto di fuggire… Come posso io, se tu non ci sei riuscita?”
“Lui non sa ancora che sei qua. Puoi ancora provarci”
In quel momento un urlo che sembrava più una specie di rantolo salì dalle profondità della terra.
“Troppo tardi…”, disse lei.
Aprì la finestra del bagno e mi disse: “Dai, andiamo!”
E saltò giù.
Ero come congelata, non sapevo cosa fare.
Una cosa enorme mi saliva dentro e sembrava volesse divorarmi.
Quella sensazione quando ti trovi improvvisamente davanti a qualcosa di più grande di te.
“Ti muovi?”, mi urlò da fuori.
Mi ripresi e saltai fuori.
Un metro più sotto mi stava aspettando.
Mi girai verso la campagna per iniziare a correre, ma mi fermò,
“No, ferma! Non nei campi. Ha paura della confusione, delle persone, dobbiamo andare verso la statale!”
E iniziò a correre seguendo il contorno della casa, mentre io le andavo dietro. Improvvisamente, mentre percorrevamo il lato più corto dell’edificio si sentì ancora quell’urlo raggelante.
La nebbia divenne immediatamente fittissima e in mezzo ad essa mi sembrò di vedere una specie di volto con sembianze vagamente umanoidi.
Rimasi paralizzata sul posto, bloccata dagli occhi di quella figura indistinta, sembravano un paio di tizzoni ardenti che fluttuavano nella nebbia, ammiccanti, ipnotizzanti.
Lei mi urlò “Non guardarlo negli occhi o sarai morta!” e mentre lo diceva corse verso di me e mi afferrò per un braccio, scuotendomi dalla paralisi e trascinandomi dalla parte opposta.
“Co..co… cos’è quel coso?” cercai di chiedere.
“Il cane dei vicini. Rincoglionita, secondo te cosa sarà mai?”
Mi sentii una stupida mentre correvo dietro alla mia compagna di sventura della quale, realizzai, non conoscevo nemmeno il nome.
Adesso non si dirigeva più direttamente verso la statale, avevamo la via bloccata da quegli occhi terrificanti.
Correva lontano da loro, verso i campi, poi all’improvviso svoltò a destra e si infilò in una specie di capanno per gli attrezzi, mi buttai dentro assieme a lei.
Un dito di traverso sulle labbra mi fece capire che dovevo stare zitta.
Gesticolando mi spiegò che saremmo uscite e poi, girando attorno alla casa, andate verso la statale.
Uscimmo nella nebbia sempre più fitta. Non mi vedevo la punta delle scarpe.
Lei si muoveva sicura, chissà quante volte era uscita con quella nebbia, magari in uno dei suoi tentativi di scappare.
A gesti mi indicava fossi, alberi da frutto, vecchie ceppaie.
Si muoveva leggera e agile, io dietro ero goffa e impacciata, ma cercavo di tenere il passo.
Ancora quel rantolo, stavolta più lontano.
Svoltammo e capii che eravamo nella direzione giusta, dalle luci delle auto che si vedevano lontane.
Avevamo raggiunto una stradina che correva lungo un campo quando ancora si sentì quel suono e di nuovo ce lo trovammo davanti.
“Guarda in basso e dammi la mano!” mi gridò.
Lo feci, ormai affidata completamente ad una giovane donna che follemente pretendeva che corressi senza guardare per sfuggire ad una cosa che non sapevo nemmeno cosa fosse.
Correvamo lungo un filare di alberi cercando di non mettere i piedi in qualche cosa che ci avrebbe potuto rompere una gamba, quando all’improvviso dalla nebbia spuntò fuori il vecchio.
Ci bloccava la strada.
Il rantolo alle nostre spalle.
Ci stavano incastrando.
Ci avevano prese in trappola, lui e il mostro.
Non era servito a nulla scappare.
Mi misi in ginocchio e iniziai a piangere.
Lei mi si avvicinò e mi abbracciò, piangendo a sua volta.
“Come ti chiami? Voglio sapere tra le braccia di chi sto per morire” chiesi tra le lacrime.
“Elisa, mi chiamo Elisa” rispose dolcemente-
La vecchia ci raggiunse e lui mi strappò dalle braccia di Elisa e gliela spinse incontro.
Poi fece lo stesso con me verso il mostro.
Neanche riuscivo a guardarlo ma sentivo la sua presenza incombere su di me.
Non facevo resistenza, ormai ero incapace di reagire.
Stavo per morire, chissà in quale modo atroce, ma non riuscivo a muovere più un muscolo, come un insetto preso in una ragnatela.
Ero ormai vicina, infilai la mano nella borsa cercando, in un gesto atavico di protezione, il santino di S.Barbara, la protettrice dei Vigili del Fuoco che mi aveva regalato mio fratello quando entrò nel corpo.
E invece la mano incontrò la mia lacca per capelli. A volte quando si è disperati si fanno cose stupide, presi la lacca e la strinsi in mano.
Quando sentii l’alito capii che si era abbassato per prendermi e con un gesto istintivo gli spruzzai la lacca negli occhi.
Sentii un urlo fortissimo e, follemente, invece di scappare, mi buttai verso di lui.
Aprii gli occhi per un secondo e vidi i suoi, rossi, vi infilai le mani e glieli strappai.
Un dolore fortissimo mi attraversò le mani e le braccia, ma tenni i palmi chiusi con una forza che non sapevo nemmeno da dove venisse.
Il rantolo adesso era fortissimo e sentivo che il vecchio stava correndo alle mie spalle.
Il dolore era insopportabile, con le ultime forze strinsi ancora i suoi occhi più forte che potevo, urlando per il male.
Poi un rumore sordo alle mie spalle e tutto finì.
Aprii i palmi delle mani ed erano pieni di cenere.
Mi girai.
Dietro di me il vecchio giaceva a terra con il cranio sfondato e in piedi dietro di lui c’era il mio presunto violentatore con un grosso bastone in mano.
Più indietro, anche la vecchia giaceva a terra con la testa rotta in una pozza di sangue, mentre Elisa era in ginocchio e piangeva. Della nebbia nessuna traccia, il cielo era sereno e si vedevano le stelle.
“Andatevene, subito” mi disse senza guardarmi in faccia.
“Ma…”
“Ho detto andatevene, cazzo. Lasciatemi finire il lavoro qui”
Mi girai e andai da Elisa.
“Forza, prendi le tue cose e andiamo a casa”
“Non ho nulla da portare via”
Mi diede la mano e ci avviammo, camminando lentamente.
In fondo, la via Emilia brulicava di luci di auto.
Arrivate in prossimità, suonò il telefono.
“Monica, dove sei?”
“Ciao rompicoglioni” risposi a mio fratello tra le lacrime e le risate.
“Mi vieni a prendere? Sono rimasta a piedi con la macchina”

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