Milano, luglio 2003

Il primo incontro con Giacomo (ora so che è il suo vero nome) mi ha lasciata devastata nel corpo e nell’anima. Il mio corpo ha portato per giorni i segni dei suoi abusi. Non che la cosa non fosse voluta, anzi. Avrei potuto fermarmi quando volevo, ora lo conosco e so che se avessi usato la safe word avrebbe interrotto il gioco immediatamente, ma la mia mente perversa voleva che lui continuasse a farmi male e ad abusare del mio corpo e la cosa mi ha fatto godere come non mai. Anche la mia anima è devastata. Voglio di nuovo che possieda la mia mente, che mi porti a fare tutto ciò che lui desidera, che mi trasformi nella sua bambola, nel suo oggetto di piacere. Mi è sempre piaciuto essere sottomessa e dominata dagli uomini con cui facevo sesso, non so da cosa derivi questa perversione, ma da molto tempo ho accettato questa situazione. Ho avuto un’infanzia felice, ho studiato, ho un bel lavoro nel quale sono apprezzata, ma nel fondo oscuro della mia anima c’è sempre questa voglia di essere usata e abusata. E’ passato quasi un mese dal nostro primo incontro. I segni non si vedono più, le mie natiche hanno piano piano ripreso il loro aspetto, mi sono masturbata più volte pensando al nostro incontro. Ho voglia di rivederlo, ma non posso. Lui è il padrone e io solo la sua schiava, decide lui quando ci si vede, non mi è permesso di contattarlo. Guardo la rosa rossa che mi ha regalato la volta scorsa, appesa a testa in giù ad un mobile e la tristezza mi assale, chissà quando potrò rivederlo.

Poi all’improvviso arriva un messaggio al mio cellulare. Domani sera, ore 21, stesso posto della volta scorsa, quello che credo sia il suo dungeon, quello dove ha abusato di me per ore. Un brivido caldo scuote la mia schiena, scende giù e le mutandine si bagnano…

#######

Oggi al lavoro non ho fatto niente. La mia mente era ottenebrata dal pensiero di questa sera. Ho cercato di stare il più possibile con i colleghi e le colleghe, perché sapevo che la solitudine mi avrebbe fatto pensare al nostro incontro di stasera, ho dovuto distrarmi. Ogni tanto faceva capolino il pensiero di lui e di cosa mi avrebbe fatto, per fortuna sono riuscita a controllarlo.

Sono tornata a casa e mi sono sdraiata sul letto con addosso solo l’intimo, mi sono masturbata furiosamente con un vibratore e mi sono addormentata. E’ ora di prepararsi. Dopo essermi lavata e sistemata accuratamente, mi vesto. Intimo sexy, ma sopra niente di troppo vistoso. E’ luglio, fa caldo, un vestitino leggero andrà bene, abbinato a dei sandali con il tacco. Capelli, trucco e sono pronta. Ricordo bene dov’è il posto, ricordo la casa, dove abbiamo fatto sesso “normalmente” (o come si dice in gergo “vanilla”) appena arrivati e il locale al piano terra con il dungeon e a fianco la parte dove poi mi ha lasciato riprendere, alla fine. Quando arrivo sono emozionata come una scolaretta. Gli mando un messaggio e mi dice di entrare direttamente al piano terra. Apro la piccola porta di metallo e mi trovo in un locale buio. Odora di muffa, come le vecchie cantine. Non vedo nulla, ma sento che lui è vicino, lo percepisco. Improvvisamente lo sento avvicinarsi da dietro, cingermi la vita con un braccio e avvicinare le labbra al mio collo.

“Ciao Chiara…” mi sussurra all’orecchio.

Brividi. Le sue mani scivolano lungo i miei fianchi e improvvisamente sento freddo attorno ai polsi. Click. Manette. Mi ha legato le mani dietro la schiena. Sono sorpresa, ma cerco di nasconderlo. Le sue mani risalgono lungo il mio corpo e si posano sui miei seni, poi si allontanano per un attimo, infine una benda copre i miei occhi. Sento la sua mano prendere il mio braccio e guidarmi da qualche parte. Una porta si apre e poi si richiude. Ci fermiamo. Spinge la mia testa verso il basso, obbligandomi a piegarmi a 90 gradi su un qualcosa che non capisco cosa sia. Poi con delle corde lega il mio busto all’oggetto su cui sono piegata. Lo sento che mi solleva il vestito, scoprendo il mio sedere abbigliato solo di un ridotto perizoma nero. Non succede nulla… Poi all’improvviso la sua mano scende pesante sulle mie natiche, colpendole due, tre, quattro volte. Il dolore improvviso mi toglie il fiato, ma subito si trasforma in piacere. Mi afferra per i capelli, sollevandomi il capo, avvicina la bocca al mio orecchio e mi sussurra:

“Bambina cattiva…”

poi sbatte il mio volto sulla cosa a cui sono legata, che per fortuna è abbastanza morbida. Lo sento che torna alle mie spalle, prende qualcosa da un qualche contenitore e poco dopo una pesante striscia di cuoio larga circa 5 cm si abbatte ripetutamente sulle mie natiche. Mi sta colpendo con un paddle, ne sono sicura, fa male. Altri versi misti di dolore e piacere. Torna davanti al mio volto, mi molla un paio di schiaffi sul viso e mi dice:

“Devi stare zitta. Altrimenti dovrò punirti!”

poi mi sputa in faccia. Lo sento allontanarsi e tornare dopo un attimo. La solita pallina di plastica finisce nella mia bocca legata con due cinghie dietro la nuca.

“Adesso starai zitta, puttana”, dice.

Ancora una volta va alle mie spalle e mi colpisce con l’oggetto di cuoio. Provo piacere e dolore assieme e l’impossibilità di esprimerli, perché sono legata, bendata e imbavagliata, mi fa impazzire. Passa qualche istante e improvvisamente sento un dolore lancinante alle natiche, come se fossero colpite da degli spilli o qualcosa di simile. Realizzo che il mio aguzzino mi sta facendo colare addosso gocce di cera calda, che quando colpiscono la mia pelle mi provocano un dolore lancinante. Poi, come al solito, sparisce, lasciandomi legata e imbavagliata. I glutei mi bruciano dai colpi e a causa della cera calda, ma pensare alla situazione mi provoca un ulteriore brivido lungo la schiena. La mia mente comincia a vagare, mentre il mio corpo è lì immobilizzato.
Ritorna, lo sento che apre la porta e la richiude alle spalle. Non emetto nessun suono, aspetto il suo ritorno e quello che mi farà. Sento un sibilo rompere l’aria e un dolore terribile salire dai miei glutei. Passa qualche secondo e il tutto si ripete, un sibilo e un dolore lancinante dalle natiche. Poi ancora e ancora. Non so con cosa mi stia colpendo, ma fa male, forse una frusta. Singhiozzo, mentre le lacrime solcano il mio viso, uscendo da sotto la benda. Arriva davanti a me e mi sussurra all’orecchio:

“Non provare a fiatare, troia, altrimenti ne prendi ancora”.

Mi toglie la pallina dalla bocca e mi sputa di nuovo in faccia. Si abbassa la zip e tira fuori il suo membro.

“Succhia, cagna!”.

Eseguo. Da brava schiavetta lecco tutto il suo sesso, che diventa rapidamente duro. Poi va dietro di me, sposta di lato il piccolo perizoma nero e mi penetra. La mia figa è un lago, perché il piacere è andato di pari passo con il dolore, provocandomi diversi orgasmi che ho nascosto, perché non posso godere se il mio padrone non me lo consente. I suoi colpi decisi e cadenzati mi fanno arrivare rapidamente all’apice del piacere, ma non oso chiedere se posso liberare il mio orgasmo. Si piega sulla mia schiena, mi afferra per i capelli e mi dice:

“Vorresti godere, vero troia?”
“Solo quando lo vorrai tu, padrone” gli rispondo.

La risposta gli piace, perché spinge ancora più forte e dopo poco mi dice:

“Dai, godi, puttana!”.

Il mio orgasmo a lungo represso esplode come un vulcano, lancio un urlo primordiale e il mio corpo è scosso da una lunga serie di fremiti di piacere, mentre dalla mia vagina scendono copiosi umori che colano lungo le gambe. Immagino che lui stia guardando la scena, percepisco la sua vicinanza, ma ovviamente non lo vedo, avendo ancora la benda sugli occhi. Poi di nuovo il silenzio. Sono legata e bendata ormai da qualche tempo, i polsi nelle manette mi fanno male, come tutto il resto del mio corpo, a causa della postura e delle sevizie a cui mi ha sottoposta. Questa volta non sta via molto. Torna dopo poco, io sono intontita dal dolore e dagli orgasmi a ripetizione. Gocce di cera calda ancora sulle mie natiche mi riportano rapidamente alla realtà. Mi sta slegando da quello strumento di tortura sul quale mi ha relegato per non so quanto tempo, poi mi toglie le manette e finalmente mi libera i polsi. Sento le sue mani che mi stanno slacciando il vestito, che cade rapidamente ai miei piedi, poi mi toglie il reggiseno e le mutandine, lasciandomi completamente nuda, con solo i sandali ai piedi e la benda sugli occhi.

“Sei una schiava meravigliosa”

mi dice, immagino mentre mi guarda, poi mi spinge verso qualcosa che ovviamente non vedo. Sento qualcosa di duro dietro la schiena, ma non è una parete… Quando mi solleva le braccia e me le lega in alto capisco che è una croce di S.Andrea, una struttura a forma di X alla quale mi sta in effetti legando braccia e gambe. Lo sento che si allontana poi due rumori inconfondibili: un accendino e una boccata di fumo e l’apertura di una bottiglia. Immagino che si sia seduto su qualcosa davanti a me e mi stia guardando legata alla croce, nel frattempo si è acceso una sigaretta e aperto qualcosa da bere, forse una birra.
Il cacciatore che rimira la sua preda immobilizzata e in suo potere. Appena faccio questo pensiero sento montare l’ennesimo orgasmo che devo trattenere. Il mio aguzzino ha finito la birra e la sigaretta, lo sento armeggiare con qualche strumento, ovviamente continuo a non vederlo… Si avvicina a me e ci scambiamo un lungo bacio, le nostre lingue si cercano avidamente e si intrecciano nelle nostre bocche. Intanto la sua mano mi sta stimolando il clitoride, sto per avere un orgasmo (non so ormai quanti ne ho avuti) ma lui mi stringe il collo con una mano e mi dice:

“No no, signorina… Tu godi quando lo dico io”

e due schiaffi sul mio viso sottolineano questa affermazione e ancora una volta i nostri ruoli di padrone e schiava. Si allontana e torna con qualcosa che conosco bene: il maledetto vibratore con la testa tonda. Si avvicina di nuovo e mi dice:

“Ricordati, godrai solo se io ti dirò che puoi farlo”

e avvicina il malefico arnese acceso alla mia figa. Ovviamente la stimolazione è molto intensa e io sarei già pronta per un altro orgasmo, che invece devo trattenere, perché lui non mi ha detto che posso godere. Mi tocca e sente che il mio sesso è allagato di umori, la cosa gli procura una risata sommessa. Lo sento armeggiare e poco dopo sento le note pinzette attaccate ai capezzoli. Ognuna è una scarica elettrica che mi colpisce. Poi di nuovo con il vibratore, mi stimola il clitoride, vorrei godere, mi contorco, ma non posso dare libero sfogo al mio piacere. Smette con quel malefico oggetto e continua con le mani, fino a che lo sento dire:

“Dai, cagna, godi!”

e mentre la sua mano provoca una copiosa uscita di umori dalla mia vagina io, lasciando uscire un altro urlo, ho un nuovo, fortissimo orgasmo. Poi, il buio. Lui se ne va e io resto lì, legata alla croce, madida di sudore, con le cosce bagnate dai miei umori. Cado di nuovo in quello stato che ben conosco. Anche questa volta non passa molto tempo prima del suo ritorno. Si avvicina a me, mi da un bacio appassionato che ricambio, con le nostre lingue che si cercano in bocca, poi sento che mi toglie le pinzette dai capezzoli e mi slega dalla croce. Sento qualcosa di strano attorno al mio collo, sembra un collare. Capisco (perché continuo a non vedere nulla, a causa della benda che ho sugli occhi) che mi ha messo il collare e attaccato ci deve essere qualcosa tipo un guinzaglio, perché mi strattona e mi dice:

“A quattro zampe, cagna”.

Obbedisco docilmente e lui mi trascina in quel modo per la stanza, poi mi fa alzare in piedi e mi spinge contro qualcosa di metallico. Mi lega le mani e il collo alla struttura metallica, poi lega una sbarra metallica alle mie caviglie in modo che le gambe rimangano divaricate. Non capisco come sia fatta la cosa a cui sono legata, ma la mia testa ci passa attraverso, sembra una ringhiera o qualcosa di simile. Poi qualcosa di freddo si appoggia al mio ano e ci si infila velocemente. Credo che sia un gancio anale, infatti sento che ci lega una corda che poi fissa alla struttura metallica. Ogni minimo movimento mi provoca un dolore lancinante al buchetto. Lo sento che è davanti al mio viso, finalmente mi toglie la benda e mi rendo conto di dove sono. Quella a cui mi ha legato è effettivamente la ringhiera di una scala, che ha dei fori quadrati, all’interno di uno dei quali c’è la mia testa, due cinghie legano il collare che ho al collo alla struttura. Le mani sono legate poco più in là. A causa del posizionamento del foro della ringhiera sono costretta a stare con il busto reclinato. Lui è di fronte a me, oggi non ha la maschera e lo vedo, capelli castano chiaro, occhi azzurri, depilato, i muscoli ben definiti. Il suo membro è eretto e dopo un attimo lo avvicina alla mia bocca, ordinandomi di succhiare. Ovviamente eseguo. In mano ha una frusta con molte strisce di pelle, con la quale inizia a colpire la mia schiena e le mie natiche, già arrossate per le frustate precedenti. Il suo membro comincia ad andare aventi e indietro nella mia bocca, me la sta possedendo con violenza, sento il glande che mi arriva in gola, devo reprimere il senso del vomito. Si ferma e lo toglie, si avvicina e mi dice:

“Ti piace il cazzo in bocca, vero, troia?”
“Si signore”, rispondo e lui mi sputa e mi colpisce con uno schiaffo.
“Brava, cagna, succhia il cazzo del tuo padrone!” e me lo rimette in bocca.

Poi, dopo aver scopato la mia bocca per un po’ lo toglie e si porta alle mie spalle. Ricomincia a colpirmi con la frusta, alternandola con una fortissima stimolazione al mio clitoride con il solito vibratore. Il mix di piacere e dolore mi sta facendo impazzire, non ho ancora goduto perché come al solito lui non me lo ha ancora concesso, quando lo sento che si ferma, avvicina il suo cazzo alla mia figa e mi penetra. Finalmente lo sento di nuovo dentro di me, sto impazzendo dal piacere, legata in quel modo, con il gancio nell’ano e il suo grosso membro che mi penetra con decisione, mi sento totalmente in suo potere, la mia volontà si è completamente annullata…

“Ti prego, lasciami godere, non ce la faccio più”

gli dico, ma per tutta risposta lui colpisce violentemente le mie natiche dicendomi

“Non ancora, troia” e prosegue a penetrarmi con violenza.
“Non resisto, ti prego…”

Mi molla altri due schiaffi sui glutei e mi concede finalmente di godere. Lancio di nuovo un urlo selvaggio, inarco la schiena, il mio corpo è completamente scosso dai fremiti del piacere, dal mio sesso scendono copiosi umori, la vista mi si annebbia, non capisco più cosa mi sta succedendo. Mi lascia godere guardandomi compiaciuto, poi ripresenta davanti alla mia bocca il suo membro intriso dei miei umori e mi ordina di succhiarglielo.

“Succhia, puttana, che non ho ancora finito con te!”.

Poi torna alle mie spalle, non vedo cosa vuole fare, ma sono sua, può disporre del mio corpo come meglio crede. Improvvisamente, senza nessun preavviso, di nuovo quel sibilo fortissimo e quel dolore lancinante alle natiche. Urlo dal dolore, ma lui mi colpisce ancora e ancora, dicendomi:

“Zitta, cagna!” e poi ancora e ancora.

Calde lacrime di dolore solcano le mie guance. Mi toglie il gancio dall’ano, poi sento il suo membro appoggiarsi e, prima che io possa realizzare quello che sta succedendo mi sodomizza con un colpo secco e deciso. Il piacere monta improvvisamente dentro di me, mentre lui abusa del mio buchetto. I suoi colpi sono decisi e potenti, il padrone sta umiliando e possedendo la sua schiava e io mi sento completamente sua e in suo potere. Capisco che per lui è arrivato il momento di godere, presenta il suo membro alla mia bocca:

“Forza, cagna ingoia la sborra del tuo padrone”.

Lo sento che si ingrossa, poi un getto di sperma caldo allaga la mia bocca. Lui me la tiene chiusa:

“Ingoiala tutta, puttana!”

Faccio fatica, ma la tengo in bocca e poi la ingoio fino all’ultima goccia. Da brava schiava apro la bocca e gli faccio vedere che l’ho mandata giù tutta.

“Brava la mia troietta…”

Mi guarda: sono madida di sudore, ho i capelli scarmigliati, il viso sporco di sputi e sperma. Mi libera da quella posizione infernale, mi afferra per i capelli e mi porta in un bagno lì vicino.

“In ginocchio nella vasca, cagna!”

Eseguo senza fiatare e dopo un secondo lui mi urina addosso, sul viso e sul resto del corpo insultandomi:

“Tieni cagna, ti meriti di essere usata come un pisciatoio, lurida vacca”.

L’ultima umiliazione del padrone alla schiava.

“Lavati che fai schifo, troia” mi apostrofa, “lì c’è un accappatoio”.

Finalmente posso ripulirmi, lascio scorrere l’acqua calda sul mio corpo martoriato, ho segni dovunque, ai polsi, in viso, per non parlare delle mie natiche che sono ormai completamente viola a causa dei colpi subiti. Mentre le mie mani passano sul mio corpo penso a quello che mi ha appena fatto e ho di nuovo dei brividi di piacere al solo pensiero di essere stata per qualche ora in suo completo potere, di essermi trasformata nel suo giocattolo, di essere stata usata per il piacere del mio padrone. Mi asciugo ed esco in accappatoio, fuori dal bagno non c’è nessuno, solo i miei vestiti perfettamente piegati ed una rosa rossa con attaccato un biglietto che dice: “Voglio che tu sia veramente mia schiava”. Ho i brividi. Mi rivesto e trovo rapidamente l’uscita, attraverso una porta che non è quella da cui sono entrata. Guardo il telefono: mezzanotte e un quarto. Poi trovo l’auto e vado a casa con un nuovo pensiero che mi martella in testa: la sua schiava…


Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: